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L’Italia attrae pochi investimenti dall’estero e solo l’8% in attività ad alta specializzazione

L’Italia attrae meno investimenti esteri degli altri grandi paesi europei, di peggiore qualità dal punto di vista della specializzazione e spesso in termini di acquisizione di attività esistenti piuttosto che di creazione di nuova impresa. È  quanto emerge dai dati presentati a Milano nel convegno Più mondo in Italia attrarre investimenti per crescere promosso dal Comitato investitori esteri di Confindustria.

Le imprese a capitale estero nel nostro Paese vantano circa 450 miliardi di euro di fatturato, un valore aggiunto del 5,2% del Pil nazionale e oltre un milione di occupati ma "da numerosi anni – segnala lo studio – l'Italia attrae meno investimenti esteri dei paesi comparabili". Basta dare un'occhiata ai dati: fra il 2005 e il 2011 i flussi di investimenti dall'estero in Italia sono stati in media pari a 22 miliardi di dollari (1% del Pil) contro i i 116 della Gran Bretagna (4,8% del Pil), i 61 miliardi della Francia (2,4% del Pil), i 43 miliardi di dollari della Germania (1,3% del Pil) e i 37 miliardi della Spagna (2,6% del Pil). Nel 2010, in particolare, lo stock degli investimenti esteri in entrata in Italia era pari a 337 miliardi di dollari (16,4% del Pil) contro i 1.086 della Gran Bretagna (48,4% del Pil), i 1.008 miliardi della Francia (39,0% del Pil), i 674 miliardi di dollari della Germania (20,4% del Pil) ma anche i 614 miliardi della Spagna (43,7% del Pil).

Molto pochi sono poi gli investimenti dall’estero per creare nuova impresa. Tra il 2005 ed il 2010 si contano solo 18 progetti per milione di abitanti contro gli 80 del Regno Unito, i 51 della Spagna, i 49 della Francia e i 36 della Germania. Non solo, ma appena l'8% degli investimenti esteri è in attività ad alta specializzazione (contro il 12% della Spagna, il 13% della Germania e il 17% della Gran Bretagna) e solo il 10% in attività industriali (contro il 17% della Spagna, il 16% della Germania e il 39% della Polonia). In Italia prevalgono gli investimenti in commercio e servizi alla clientela (48%) e quelli in altri settori come i servizi alle imprese, le infrastrutture e la logistica (34%).

Nonostante tra il 2010 ed il 2011 si sia assistito ad un balzo dei flussi di investimenti esteri in Italia (da 9,2 a 33,1 mld dollari) quelli per nuove attività si sono ridotti del 52%. Si è trattato infatti, segnala lo studio, di shopping di aziende italiane come le operazioni Bulgari-Lvmh (4,2 mld euro), Parmalat-Lactalis (3,7 mld euro), Nuova Tirrena-Groupama (1,3 mld euro), FL Selenia-Petronas (1 mld euro).

Insomma, il nostro paese è ancora poco attraente per gli investitori esteri. Le ragioni? La difficoltà nel dare esecuzione ai contratti, la pesante fiscalità, l'alto costo dell'energia, il difficile accesso al credito e la pesante burocrazia. Lacci e lacciuoli che vanno sbrogliati a colpi di semplificazioni, efficienza e capacità decisionale.