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Quel patto per la crescita che (a parole) tutti dicono di volere, ma che tarda ad arrivare

La drammatica crisi spagnola (oltre, naturalmente a quella greca) e i risultati del primo turno delle elezioni presidenziali francesi, hanno impresso un’accelerazione al dibattito europeo sulla necessità di sostenere l'economia per evitare un acutizzarsi delle tensioni sociali. Angela Merkel ha dato il suo benestare a "un’agenda per la crescita", mentre Barroso e Monti hanno sottolineato che “il risanamento dei conti pubblici deve prevedere in parallelo investimenti mirati, per migliorare la competitività e al tempo stesso aumentare la domanda nel breve termine”. Un patto per la crescita in Europa è sollecitato anche da Mario Draghi. Il presidente della Bce ha ammonito i governi dell’Eurozona a non perseguire solo con manovre recessive il consolidamento dei loro bilanci e i programmi di austerità in cui molti di loro si sono impegnati, evitando di ridurre gli investimenti e tagliando piuttosto la spesa pubblica improduttiva.

La Commissione europea ha intanto smentito i dettagli pubblicati l’altro giorno dal quotidiano spagnolo El Pais. La portavoce ha indicato che “per quanto riguarda i dettagli si tratta di pura speculazione: non scopriamo oggi la necessità di agire a sostegno della crescita e abbiamo messo in campo fin dal 2010 delle proposte precise e la strategia Europa 2020 è stata approvata nel 2010 dai governi”. Peccato che quella strategia, certo anche per colpa della crisi, sia rimasta praticamente sulla carta.

L’imperativo su cui tutti sembrano comunque finalmente concordare è che bisogna far ripartire la crescita. Ma sulla ricetta giusta i pareri tornano a dividersi. Si concorda solo su formule generali: “serve una ricetta che vada oltre il solo rigore, pur indispensabile”, e “che trovi un compromesso fra riduzione dell’indebitamento e rilancio dell’economia”.

Facile a dirsi, quanto evidentemente difficile a farsi. Un minimo di consenso è possibile intravederlo sulle tre soluzioni che vanno per la maggiore in questo momento: grandi prestiti europei (sotto forma di project bond o eurobond), un maggior coinvolgimento della Banca europea degli investimenti (Bei) e l'intervento del meccanismo di stabilità finanziaria permanente della Ue (Efsm). Relativamente alla prima soluzione, è in calendario lunedì 7 maggio un primo negoziato fra Parlamento, Consiglio e Commissione Ue. Un voto dei deputati in plenaria potrebbe giungere in luglio, seguito dall’accordo dei governi. L’obiettivo è di avere a disposizione almeno 3,5 miliardi di euro da utilizzare in progretti infrastrutturali.

La sensazione diffusa è che si sia comunque perso molto tempo, anche per colpa di una leadership europea non all’altezza. Negli ultimi mesi la situazione in Europa non solo non è migliorata – come è avvenuto ad esempio negli Stati Uniti e in Giappone, paese quest’ultimo che ha recentemente rivisto al rialzo le stime del Pil per quest’anno e per il prossimo – ma è ulteriormente peggiorata. Proprio a causa di quelle politiche di bilancio troppo severe imposte principalmente dall’asse franco-tedesco.

Una cosa sembra in ogni caso assodata: la via europea allo sviluppo passa per il rilancio delle infrastrutture. A questo proposito la risposta può venire dagli EuroUnionBond, quella grande intuizione di Romano Prodi e Alberto Quadrio Curzio. Uno strumento che lo sfidante di Sarkozy, il socialista Hollande, ha detto di apprezzare. Speriamo sia la volta buona.