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Vendita dei beni pubblici? Per fermare la speculazione (e il debito) ci vuole ben altro

Vendere beni pubblici per 15-20 miliardi l’anno per frenare il debito pubblico e portarlo sotto quota 100 del Pil nell’arco di cinque anni. È l’obiettivo annunciato dal neo ministro all’Economia, Vittorio Grilli, in un’intervista a Ferruccio de Bortoli. Un’idea non nuova, quella di mettere in vendita parte di un patrimonio (quello pubblico) che comprende 543mila unità immobiliari e vale 300 miliardi di euro.

Peccato che lo sforzo rischia di essere vanificato, ancora una volta, da quell’incubo chiamato spread che restando fra i 400 e i 500 punti ci viene a costare 10 miliardi l’anno in più. Un incubo che non avrebbe ragion d’essere considerando il patrimonio reale delle famiglie italiane – 8.500 miliardi di euro, pari a quattro volte il debito pubblico (che a maggio ha toccato un nuovo record, a 1.966 miliardi) – e una ricchezza finanziaria (la terza più alta d’Europa) che corrisponde a quasi due volte il Pil.

Il Sole ha calcolato che dalle 10 manovre fatte da inizio legislatura per frenare il debito pubblico nelle casse dello Stato sono entrati 330 miliardi, di cui ben 180 di nuove tasse e 151 di tagli alla spesa. Dal momento che il debito è sempre alto sono evidentemente servite a poco. Così come a poco rischia di servire anche la vendita dei gioielli di famiglia se prima non si ferma quel mostro avido che risponde al nome di speculazione finanziaria.

  • uslisseistro |

    Piuttosto, perche’ non pensare di liquidare tutti i TFR e tutti i debiti dello stato in BTP. Si otterrebbe una maggior fetta del debito pubblico in mano agli italiani (Giappone docet) e una minor dipendenza del fabbisogno dello stato dallo spread. La cosa e’ anche conveniente, visti i tassi pagati. I possessori di BTP poi, per far cassa, potrebbero sempre venderli sul libero mercato

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