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Lo spread cala, il debito respira. Ma i finanziamenti alle imprese sono ancora cari

Lunedì scorso lo spread fra il nostro BTp e il Bund è sceso a 292 punti base (per poi risalire sopra quota 300, dove staziona anche oggi). L’obiettivo, sbandierato dal premier ai quattro venti, è quota 287: <esattamente la metà> del livello del novembre 2011. Tutti, ovviamente, ci auguriamo che venga raggiunto al più presto e che da lì scenda – altrettanto al più presto – su livelli ancor più di sicurezza. È noto, infatti, che un aumento di 100 punti base dello spread produce un impatto aggiuntivo sull’onere del debito pubblico pari a circa lo 0,2% del Pil (3 miliardi di euro, nel caso dell’Italia, dal momento che il nostro Pil è pari a circa 1.500 miliardi.

C’è però un altro spread che il Governo Monti, purtroppo, non è riuscito a scalfire più di tanto. Ed è uno spread che fa altrettanto male, perché colpisce direttamente le imprese: il costo dei finanziamenti bancari è rimasto oltre il 5,63%. Un livello decisamente insopportabile. È vero che le banche temono di non veder tornare indietro i soldi (a settembre le sofferenze bancarie hanno sfiorato il picco dei 20 miliardi di euro). Ma è anche vero che il credit crunch non è la risposta giusta. Le imprese sono gà penalizzate da fattori esterni come i costi dell'energia, il cuneo fiscale e il peso della burocrazia. Lesinare loro i finanziamenti o farli pagare in modo salato è un ulteriore attentato alla competitività del sistema. Un errore imperdonabile. Anche perché se affondano le imprese, affonda l'intero Paese.