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Corruzione, un freno a mano sull’economia e un colpo al cuore all’etica del Paese

Ci risiamo. A poco più di vent’anni da Mani Pulite l’Italia ripiomba in una nuova preoccupante tangentopoli. Come allora, fioccano gli arresti e in giro si sente “un tintinnar di manette”. Come allora, l’argomento tangenti occupa le prime pagine dei giornali e fa indignare l’Italia onesta. Come allora si tirano le monetine in segno di sfregio e si appellano i tangentisti (o presunti tali fino a prova contraria) con termini ben noti, quali “vergogna” e “ladro”. Allora toccò, fra gli altri, al leader del Psi, Bettino Craxi, ieri all’ex presidente di Mps, Giuseppe Mussari.

Servirebbe ancora una volta – per dirla con Indro Montanelli – una “rivoluzione pacifica della società civile” per debellare un “cancro” che mina la credibilità del Paese e ne zavorra l’economia. Nel 1992 l’economista Mario Deaglio calcolò che il giro delle tangenti generasse orientativamente 10mila miliardi di lire annui di costi per i cittadini, un indebitamento pubblico fra 150mila e 250mila miliardi di lire e tra 15mila e 25mila miliardi di interessi annui sul debito.

Qualche giorno fa, inaugurando il nuovo anno giudiziario, il presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino, ha detto che la corruzione in Italia ha assunto una “natura sistemica” che “oltre al prestigio, all'imparzialità e al buon andamento della pubblica amministrazione pregiudica l'economia della nazione”. Un grido d’allarme che va  assolutamente raccolto se vogliamo mantenere e magari aumentare il nostro livello di benessere. Secondo la Banca mondiale, infatti, le imprese che operano in un paese corrotto crescono in media del 25% in meno rispetto a quelle che operano in un paese “normale”.  Un freno a mano che non ci possiamo più permettere.