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Ifo ancora in calo, ripresa Ue già in affanno. Vasi comunicanti da ripassare

Come “preannunciato” ieri dall’inattesa contrazione del Pmi manifatturiero (da 49 a 47,9) e dei servizi (da 50,9 a 49,2), anche l’indice di fiducia delle imprese tedesche – rilevato dall'istituto Ifo – è sceso ad aprile a 104,4 (da 106,7) cogliendo di sorpresa gli economisti che avevano puntato su un calo decisamente più contenuto (a 106,2) e confermando che la locomotiva d’Europa non è immune (né poteva esserlo) dal contagio della debolezza dell’economia europea. A scendere è stata sia la valutazione della situazione economica attuale (a 107,2 da un atteso 109,5) sia il dato sulle aspettative future (a 101,6 da un atteso 103). La debolezza dell’indice è in parte da ricondursi all’incertezza legata alle trattative su Cipro, ma anche agli ultimi dati macro non brillanti provenienti da Stati Uniti (soprattutto immobiliare e mercato del lavoro) e Cina (pmi in flessione ad aprile, produzione industriale inferiore alle aspettative a marzo)

Umore degli imprenditori depresso anche nell’altra grande economia di eurolandia, quella francese. L’indice di fiducia calcolato dall’Inseee è infatti sceso a sorpresa a 88 (da 91 a marzo) mostrando un peggioramento in particolare della valutazione sulla produzione passata (scesa a -19 da un precedente -12, un livello che non si vedeva dall’agosto del 2009) che segnala una frenata dell’attività industriale in primavera. A calare sono stati gli ordini dall’estero, ma anche la domanda interna sembra avere frenato sensibilmente. Come se non bastasse, sono peggiorate anche le attese sul quadro economico generale per i prossimi tre mesi (a -49 da un precedente e-45).

Se gli altri vacillano, l’Italia naturalmente non se la passa meglio. I dati sulle vendite al dettaglio, diffusi questa mattina dall’Istat, segnalano un calo dello 0,2% rispetto al mese di gennaio (-0,7% nella media del trimestre dicembre 2012-febbraio 2013) e del 4,8% rispetto al mese di febbraio dell’anno scorso. Sempre oggi l’Istat ha certificato che la disoccupazione giovanile è passata in 35 anni da 1,340 (dato 1977) a 2,744 milioni di unità (dato 2012). Nel frattempo Bankitalia comunica che il credit crunch non molla la presa e che in questo secondo trimestre ci sarà un nuovo, seppur contenuto, peggioramento. A danno di imprese e cittadini. Bisognerebbe forse fare un ripasso del principio dei vasi comunicanti.