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Cina: il commercio estero torna “frizzante”, ma la congiuntura resta affaticata

Le esportazioni cinesi hanno messo a segno a luglio un incremento del 5,1% (a quota 186 miliardi di dollari) dopo il calo del 3,1% registrato a giugno, mentre le importazioni hanno segnato un rialzo addirittura a due cifre (+10,9% nel confronto su base annua), inerpicandosi a quota 168,2 miliardi. Un rimbalzo decisamente superiore alle aspettative: gli analisti avevano infatti puntato i pronostici su un rialzo dell’export attorno al 2,8% (dopo la flessione del 3,1% registrata a giugno) e su un più modesto 1,3% di aumento dell’import (da -0,7%). La maggiore crescita delle importazioni ha comportato un calo dell’avanzo commerciale della Cina, a 17,8 miliardi di dollari.

I dati vengono giudicati dagli osservatori in maniera complessivamente positiva (anche perché arrivano dopo molti mesi di indebolimento) in quanto offrono spiragli incoraggianti sulle prospettive di ripresa dell’economia del Dragone. Un’economia che, dopo vent’anni di crescita a doppia cifra (che hanno fatto della Cina la fabbrica del mondo), mostra da qualche tempo segni di affaticamento dovuti anche alla recessione mondiale che ha rallentato quel modello economico basato sulle esportazioni.

Il difficile momento congiunturale di Pechino è sintetizzato in modo eloquente da un debito pubblico alle stelle (il 45% del Pil secondo le stime del Fondo monetario internazionale), da una bolla immobiliare che rischia di scoppiare e da un Pil in contrazione: nel secondo trimestre si è fermato al 7,5% (dopo aver superato il 10% fra 1980 e 2010) e il 2013 si dovrebbe chiudere al 6,5%. Troppo poco per un Paese (per quanto immenso) che fra 1980 e 2010 è cresciuto ogni anno a un ritmo del 10% ed oltre. E troppo poco per il resto del mondo: per effetto della globalizzazione, infatti, se la Cina rallenta, tutti gli altri ne risentono.