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L’America crea (ancora) poco lavoro. E la Cina non sta a guardare

Nell’ultimo mese di dicembre gli Stati Uniti hanno creato appena 74mila nuovi occupati, poco più di un terzo dei 200mila previsti dagli analisti. La percentuale di americani che ha un lavoro o che lo sta cercando si è attestata al 62,8%, scendendo ai minimi da 35 anni. E il tasso di disoccupati e sottoccupati è rimasto stabile al 13,1 per cento.

Il dato di dicembre ha contribuito a chiudere l’anno su una nota di imprevista debolezza: la crescita media dell’occupazione in tutto il 2013 è risultata, infatti, inferiore rispetto all’anno precedente (182mila nuove buste paga mensili contro le 183mila del 2012).

Le statistiche relative all’ultimo mese dell’anno appena archiviato confermano che quello del lavoro è uno dei problemi più difficili da risolvere. Anche per la prima potenza economica mondiale. Che, a cinquanta anni dalla campagna lanciata dall’allora presidente Lyndon Johnson, si ritrova ancora a fare i conti con un esercito di 46 milioni di poveri o comunque di persone con un reddito inadeguato. Su questo fronte l’Amministrazione Obama può e deve fare di più, insistendo sui programmi di assistenza sociale. E facendo in modo che i progressi (innegabili) dell’economia non giovino – come è successo negli ultimi anni – soprattutto ai più ricchi, ma si spalmino sull’intero corpo vivo della nazione.

Anche perché la Cina continua a stupire: nel 2013 è diventata la più grande potenza commerciale mondiale con un valore di 4.160 miliardi di dollari (+7,6% sul 2012). Anche a discapito degli Stati Uniti: le esportazioni cinesi negli Usa sono infatti arrivate a 368,4 miliardi di dollari, mentre le importazioni si sono fermate a 152,6 miliardi.

Il surplus del commercio estero cinese è salito a 259,75 miliardi di dollari, il livello più alto dal 2008, con un aumento del 12,8% rispetto all’anno precedente. Il dettaglio dei dati (+7,9% l’export, a 2.210 miliardi di dollari, +7,3% l’import , a 1.950 miliardi) conferma anche il cambiamento del modello economico cinese: non più basato prevalentemente sulle esportazioni, ma ora più attento al trend della domanda interna. Un aspetto, quest’ultimo, assolutamente da non sottovalutare.