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Tassare il lavoro, ma anche rendite e patrimoni. La rivoluzione fiscale di Piketty

Tassare il lavoro o le rendite? Parte da questo interrogativo “Le capital au XXIe siècle”, il nuovo libro di Thomas Piketty. Un interrogativo che non può più stare ai margini dell’agenda politica dell’Unione europea dove la pressione fiscale è mediamente attorno al 40% del Pil, ma arriva al 42-44% in Francia e in Italia e tocca un picco del 50% nei paesi nordici. Il docente della “Paris School of Economics”, grande analista dell’interazione tra sviluppo economico e distribuzione del reddito e della ricchezza, non ha dubbi a spostare la sua risposta sul secondo elemento della domanda. Del resto l’aveva già anticipato in un libro scritto insieme a Camille Landais ed Emmanuel Saez e tradotto nel 2011 dall’editrice La Scuola (“Per una rivoluzione fiscale”, pagg. 181, euro 11). In quelle pagine – molto lette in Francia – i tre autori spiegavano come si armonizzano imposte, equità e crescita e aprivano un dibattito fondato non su approcci ideologici ma su fatti, numeri e argomenti razionali.

Indicazioni molto utili anche in Italia dove da almeno vent’anni parliamo quasi solo di tasse, ma quasi sempre a colpi di slogan e sempre sfiorando il problema centrale del sistema tributario: come inserire nel sistema di tassazione progressiva dei redditi anche quelli derivanti dal patrimonio, come intervenire su un sistema che tassa pesantemente solo alcuni cespiti – i redditi da lavoro e da impresa – lasciando invece sostanzialmente esenti i redditi derivanti dalle attività finanziarie e dal patrimonio.

Un sistema da sempre iniquo e che la crisi ha reso del tutto insostenibile. Il problema non è (solo) stabilire se paghiamo poche o troppe tasse o se esse siano o meno proporzionate ai servizi che riceviamo (in Italia certamente no). Il problema è farle pagare a tutti e in modo progressivo rispetto ai guadagni. Una mission che deve diventare possibile in Francia (caratterizzata, secondo Piketty, da un sistema fiscale addirittura regressivo), così come in Italia (“Paese che accompagna ad una crescita anemica un trattamento fiscale straordinariamente favorevole alla rendita piuttosto che all’investimento”) e nel resto dei paesi progrediti dove – per dirla con Oliver Wendell, giurista americano dell’inizio del secolo scorso – “le tasse sono il prezzo che si deve pagare per una società civilizzata”. Un prezzo che deve però essere il più possibile equo e sostenibile. Anche per togliere (falsi) alibi agli evasori grandi e piccoli.