Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

La festa del lavoro che manca (sempre di più)

Oggi, primo maggio, si celebra in tutta Italia la festa del lavoro. Un riposo, meritato, per chi il lavoro ha la fortuna di averlo ancora. Un giorno come un altro per quei 3,2 milioni di italiani che un lavoro ancora non ce l’hanno (pur cercandolo) o per quegli altri che – per colpa di una crisi che non vuol saperne di finire – l’hanno appena perso e sono andati ad ingrossare quell’esercito di disoccupati che stride col buon senso oltre che con l’art. 2 della Costituzione.

Quella del primo maggio si sta trasformando anno dopo anno nella Festa del Lavoro…che manca. O del “non lavoro”, come ha sottolineato il segretario della Cgil, Susanna Camusso. Una situazione ormai oltre il livello di guardia, soprattutto al sud e fra i giovani. Il premier Matteo Renzi ha promesso un calo del tasso sotto il 10% entro il 2018 – che è un impegno importante, ma che vuol dire anche che fra 3 o 4 anni il grosso della disoccupazione sarà ancora lì – ma sul tavolo del ministero dello Sviluppo economico continuano ad aumentare le crisi aziendali: secondo quanto emerge dai dati elaborati della Uil, a fronte dei 63 accordi sottoscritti nel 2013, ci sono 137 vertenze aperte. Con un lavoratore su 4 a rischio impiego: su 285.800 dipendenti coinvolti, rischiano il posto 74.605 persone.

Persone che potrebbero presto andare ad infoltire quel vero e proprio esercito di poveri: stiamo parlando di 4,1 milioni di persone (nel 2010 erano 2,7 milioni), tre milioni dei quali guadagnano tutti assieme quanto le 10 persone più ricche del paese.

I numeri di Eurostat dicono che un anno fa la disoccupazione in Italia era all’11,5%. E mentre nello stesso periodo nell'Eurozona è calata dal 12 all'11,9%, da noi è continuata ad aumentare arrivando a toccare il 12,7%, un livello che non si toccava dal 1977. Un segnale ancora più preoccupate se confrontato con quello dell'Ue a 28: il tasso è diminuito quasi ovunque, tranne che in Bulgaria e Cipro, oltre che appunto da noi.

Ci sarebbe ben poco da festeggiare. E da allestire palchi per maratone musicali no-stop. Ci sarebbe piuttosto da cambiare il nome: più che festa dei lavoratori (la “festa”, in realtà, la stanno facendo ai lavoratori), il primo maggio dovrebbe diventare il giorno della Protesta civile per il diritto al lavoro.