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Imprese italiane troppo chiuse: è ora che navighino in mare aperto

Il 57,8% delle società manifatturiere italiane con almeno tre dipendenti opera esclusivamente su un mercato locale, nella propria regione o in una confinante. Il 20,3% ha come mercato di riferimento tutto il Paese. Soltanto il 21,9% (cioè 229.316 società) si muove anche all’estero. È quanto emerge da uno studio pubblicato da Nomisma a inizio 2014 e riportato nel libro di Filippo Astone, La Riscossa, in uscita propri in questi giorni in libreria. La forte dipendenza delle nostre aziende dal mercato interno emerge anche da un altro dato: le aziende con oltre 250 addetti ottengono, nel complesso, il 62% dei loro ricavi in Italia. “Le multinazionali, cioè quelle con almeno una consociata fuori dall’Italia – scrive Astone – sviluppano il 60,9% del loro fatturato fuori dall’Italia. Perfino le imprese definite da Nomisma “global”, e cioè che esportano in almeno cinque Paesi extra Ue, hanno comunque in Italia circa metà della loro attività”.
Le cause della nostra crisi infinita stanno anche qui: nella scarsa internazionalizzazione delle nostre imprese. Un limite sempre più evidente. Nell’era della globalizzazione, rinchiudersi, non paga. Anzi può essere letale. È ora che i nostri imprenditori – quelli piccoli e medi soprattutto – se ne facciano una ragione. Ma è anche ora che la politica fornisca loro gli strumenti adeguati per navigare in mare aperto.