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Vertici su vertici, riforme su riforme: ma il lavoro quando arriva?

“Le riforme del mercato del lavoro devono rendere più facile per le aziende assumere giovani, non licenziarli”. Un’affermazione di assoluto buon senso. Non a caso arriva dal presidente della Bce, Mario Draghi. Di buon senso, ma assolutamente non scontata. Vista l’esperienza degli ultimi decenni. Il Jobs act, che ha appena incassato la fiducia al Senato, promette più ammortizzatori e altre meraviglie, a cominciare dal nuovo contratto a tempo indeterminato e a tutele crescenti. Staremo a vedere. Di fatto, come ha scritto Alberto Orioli sulle pagine del Sole 24 Ore, ha per il momento “portato allo scoperto un cambio di passo “ideologico”. Che non è poco. Il passo concreto arriverà “quando lo sguardo strategico si sposterà su un taglio drastico al cuneo fiscale su lavoro e imprese, unica vera terapia per creare occupazione attraverso una nuova stagione di investimenti”. È chiaro che la strada maestra rimane la detassazione. Una strada non a caso indicato anche ieri al vertice europeo di Milano da Van Rompuy, Barroso e Hollande. Di questa rivoluzione fiscale, però, “c’è per ora solo una traccia nel Jobs act”. Anche qui staremo a vedere. Il premier ha incassato gli incoraggiamenti dei principali partner europei. Ora speriamo che incassi gli applausi dei 3 milioni e 314 mila disoccupati (il 12,3% della forza lavoro, quasi quattro punti percentuali in più rispetto alla media dei paesi sviluppati) e soprattutto – perché qui c’è in ballo il futuro di una generazione – e di quei 710mila giovani privi di un impiego (pari al 44,2% del totale). E, per il momento, di un futuro certo.