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“Capitale corrotta, nazione infetta”: quando la storia si ripete

Su 50mila carcerati, solo 257 sono dentro per corruzione. Lo ha ricordato nei giorni scorsi il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, promettendo regole più dure, ovvero l’aumento della pena minima da quattro a sei anni di galera e allungamento dei tempi per la prescrizione del reato di corruzione. Nelle intenzioni del Governo, che presenterà le misure nel consiglio dei ministri previsto per domani 12 dicembre, anche una procedura molto più semplice per la confisca dei beni di chi ha rubato ed è condannato con sentenza passata in giudicato e la restituzione da parte di quest’ultimo del maltolto fino all’ultimo centesimo se è provata la corruzione.
Bene. Sperando che ciò possa bastare a moralizzare finalmente un Paese che sembra aver smarrito la retta via. E non da oggi. Basta ricordare quella mirabile inchiesta di Manlio Cancogni pubblicata sull’Espresso l’11 dicembre 1955 con un titolo che ha fatto storia: “Capitale corrotta, nazione infetta”. In quell’inchiesta, che scosse la pubblica opinione, si parlava degli illeciti negli appalti immobiliari commessi, appunto, nella Capitale. Quasi 50 anni dopo la storia si ripete, con la Capitale che torna sotto i riflettori per storie di malaffare. “Mafia Capitale” è l’ultimo capitolo di una saga che si era arricchita di recente di altri due capitoli importanti: Mose ed Expo. Altri due casi che rappresentano intrecci evidenti fra criminalità e mondo politico e che richiamano alla mente la stagione di Tangentopoli e di Mani Pulite. Scandali che rappresentano vere e proprie “bombe” e che contribuiscono ad alterare quel che resta della nostra credibilità internazionale. Come in passato, anche stavolta non abbiamo a che fare con semplici “mariuoli”, ma con dei veri e propri sabotatori della convivenza civile e della democrazia. Sarebbe finalmente ora di fermarli. Comminando loro pene davvero esemplari. A mali estremi, estremi rimedi.