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L’ottimismo del premier, l’aumento delle tasse e la crescita che continua a mancare

Il premier e il suo Governo continuano a ripetere che la ripresa è alle porte. Poi però l’Istituto di statistica e altri enti di ricerca ci dicono che la pressione fiscale è arrivata al 43,5% (mentre nel quarto trimestre ha toccato addirittura quota 50,3%), che il potere d’acquisto delle famiglie rimane sostanzialmente fermo, che i profitti delle imprese non finanziarie sono ai minimi da 20 anni, che la disoccupazione – quella dei giovani soprattutto – rimane su livelli drammatici, che il livello del debito pubblico in rapporto al pil è salito al 3% per cento (cosa, da sola, che dovrebbe far scattare l’allarme rosso dal momento che rappresenta la soglia limite fissata da Bruxelles).
Un ottimismo di facciata, quello sbandierato da Renzi, che ricorda molto da vicino quello di Silvio Berlusconi (vi ricordate le “sparate” dell’ex cavaliere sui ristoranti sempre pieni?). Considerazioni da gufi? Puo darsi. Ma il “cambiamento di verso” ancora non si vede. Come ricorda oggi Guido Gentili sul Sole 24 Ore “la spesa pubblica corre, le tasse rincorrono, il pareggio-equilibrio di bilancio (solennemente inserito per legge in Costituzione, ma senza tetti all’aumento delle spese e delle entrate) è una formula “tira e molla”.
Gli annunci trionfalistici – con tanto di abuso dell’aggettivo “epocale” – sono buoni per conquistare i titoli dei giornali. Ma per portare davvero fuori l’Italia dalla crisi c’è bisogno di ben altro. Ad esempio di una politica industriale degna di questo nome (negli ultimi anni la produzione non ha fatto che scendere e anche di molto) che non punti alla pura sopravvivenza delle imprese, ma le guidi verso la conquista di nuovi mercati e all’inserimento nelle filiere globali. Una politica che tenda a superare quegli insopportabili gap strutturali (non solo dimensionali) e a ritrovare la competitività che il Paese ha smarrito ormai da un ventennio.