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Più lavoro ad aprile. Passo avanti che riaccende la speranza, non ancora la fiducia

L’Istat ci dice che ad aprile la disoccupazione è scesa dello 0,2%, attestandosi a quota 12,4. Un livello che non si vedeva dal novembre 2012. Nello stesso mese l’occupazione è salita di 159mila unità. Il Governo ha accolto il dato con estrema soddisfazione, mettendolo in relazione con il Jobs Act. Cosa che ha anche fatto l’Ocse, promuovendo a pieni voti la riforma del mercato del lavoro fortemente voluta da Matteo Renzi. Fermo restando che è comunque meglio fare piccoli passi avanti che ulteriori e pericolosi passi indietro, il dato dell’Istat e la promozione dell’Ocse (che ha anche rivisto al rialzo la stima del Pil, +0,6% quest’anno, +1,5% l’anno prossimo, sottolineando però la fragile del sistema creditizio) non dicono tutto.
Non dicono, ad esempio, che sul fronte del lavoro restiamo pericolosamente indietro rispetto all’Europa e che a fine 2016 – stando alle stime dello stesso Governo – la disoccupazione generale sarà ancora attorno al 12% e quella giovanile presumibilmente attorno al 40 per cento. Fra due anni, cioè, continueremo come oggi a lamentare la mancanza di posti di lavoro e di prospettive per i nostri giovani, oltre che la scarsa flessibilità in uscita (dal 2010 un milione di over 55 in più).
Quei dati diffusi oggi non dicono, inoltre, che nel nostro Paese manca – da tanto, troppo tempo – una politica industriale degna di questo nome che possa supportare degnamente lo sforzo dei nostri 141 distretti industriali che costituiscono un quarto del nostro sistema produttivo, occupano 1/3 della forza lavoro manifatturiera complessiva e sono uno dei motori del made in Italy che tiene alto il nome del nostro Paese.
Renzi parla tanto di riforme. Ed è bene che lo faccia. Cominci però a favorire con più determinazione una politica che punti alle aggregazioni di Pmi – spina dorsale del nostro sistema – per renderle più solide, più competitive e più votate all’export. E lo faccia in fretta. In questi primi 15 mesi di navigazione, il suo Governo ha avuto il vento a favore: bassi tassi d’interesse, quantitative easing della Bce, petrolio ai minimi, minieuro. Fra non molto questi fattori esterni – che hanno determinato quel poco di crescita che pure abbiamo avuto – sono destinati a scomparire e la navigazione diventerà molto più difficile, per non dire impossibile.
Dal festival dell’Economia di Trento, il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ci ha ricordato che “è da 20 anni e più che l’Italia non cresce, non cresce la produttività totale dei fattori”, vale a dire il valore aggiunto attribuibile al progresso tecnico e ai miglioramenti nella conoscenza e nell’efficienza dei processi produttivi. Ecco la stella polare che porta a una crescita solida e duratura. Il resto è solo “cinema”. I piccoli passi avanti possono tutt’al più riaccendere la speranza. Non ancora la fiducia necessaria alla #svoltabuona.