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Quei segnali che non fanno ancora una vera ripresa. È presto per cantar vittoria

Il calo dei fallimenti aziendali (-2,8% tendenziale nei primi tre mesi dell’anno, decimo trimestre consecutivo di allentamento) è stato in ordine di tempo l’ultimo segnale positivo giunto dal fronte dell’economia reale. Un segnale arrivato dopo i dati positivi sull’occupazione (+0,7% ad aprile, dopo la contrazione dei due mesi precedenti), sull’andamento dei prezzi al consumo (+0,2% a maggio, primo aumento tendenziale dopo 4 mesi in calo), sui movimenti del Pil nel primo trimestre (+0,3% nel primo trimestre, +0,1% annuo), sulla produzione industriale (+0,8% nel periodo aprile-giugno, anche se ordini e fatturato hanno segnalato a maggio luci ed ombre: i primi sono scesi dello 0,3%, il secondo è aumentato dell’1,3%), sull’export (che tira, anche se mancano dei volumi: le sanzioni alla Russia in effetti non aiutano).
Commentando le assunzioni ad Alitalia (l’azienda si è detta pronta a riassumere 310 dipendenti), il presidente del Consiglio ha invitato metaforicamente gli italiani ad “allacciare le cinture, perché stiamo decollando”. Al posto del Premier saremmo stati decisamente più cauti. Segnali di ripresa indubbiamente si intravvedono, ma sono appunto segnali. Peraltro ancora timidi, da zerovirgola, e resi possibili – oltre che dall’azione del governo – da fattori endogeni (Qe di Francoforte, tassi bassi, calo del petrolio, minieuro…) e da una ripresa degli investimenti – anche qui ancora timida – da parte delle imprese.
È insomma presto, troppo presto, per cantare vittoria e dare l’impressione che siamo ormai fuori dal tunnel della crisi interminabile e logorante. C’è ancora molto da fare.
C’è ad esempio da realizzare una politica industriale degna di questo nome, mettendo al centro l’impresa “come motore della crescita” – come ha chiesto ancora una volta il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi. C’è da rilanciare la domanda interna che continua a languire (“ignorando” il bonus mamme e quello degli 80 euro). C’è da pensare a come ridurre la montagna di debito pubblico, che aumenta invece che diminuire. C’è da capire come equipaggiare la “barca” dell’economia italiana che prima o poi sarà costretta ad affrontare la “seconda navigazione” di cui ha parlato Guido Gentili sulle pagine di questo giornale (quella senza gli “aiutini” esterni, destinati inevitabilmente a finire).
C’è, insomma, da trovare ancora una “ricetta” che ci consenta di accelerare prima di essere sorpassati e lasciati indietro sulla strada dello sviluppo. Non dobbiamo, non possiamo e non vogliamo stare tranquilli e soprattutto rassegnarci al fatto che a fine 2016 avremo ancora una crescita anemica, un debito oltre il 130% del Pil, una disoccupazione ancora attorno al 12 per cento. Vogliamo finalmente #cambiareverso e avere qualche motivo in più di credere che stavolta sia davvero #lavoltabuona.