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Quegli indici che raccontano realtà diverse da quelle percepite dai cittadini

L’indice del clima di fiducia dei consumatori aumenta ad agosto a 109,0 da 106,7 del mese precedente. L’indice composito del clima di fiducia delle imprese italiane scende invece lievemente, passando a 103,7 da 104,3 di luglio. Lo ha comunicato l’Istat, sottolineando che comunque entrambi gli indici permangono ai livelli massimi degli ultimi due anni. Il dato sulla fiducia dei consumatori non convince Federconsumatori. “Si tratta di una rilevazione che non esitiamo a definire inverosimile: la crisi che da anni attanaglia nostra economia non può certo dirsi conclusa e considerando l’elevato tasso di disoccupazione, il crollo del potere d’acquisto delle famiglie e la contrazione dei consumi ci chiediamo come sia possibile riportare un dato positivo”. Secondo l’associazione costituita nel 1988 con il sostegno della Cgil “la realtà è che il Paese versa ancora in una situazione di grave stagnazione e ogni atteggiamento ottimistico è a dir poco prematuro. Basti pensare che solo nel triennio 2012-2013-2014 i consumi sono diminuiti del 10,7%, pari ad una contrazione complessiva della spesa di circa 78 miliardi di Euro”.

Sul calo dei consumi è intervenuto anche dell’Ufficio Studi di Confcommercio mettendo in evidenza come negli ultimi venti anni la spesa delle famiglie si è progressivamente spostata verso quelli “obbligati” che assorbono circa il 42% del totale: in crescita soprattutto la componente relativa all’abitazione, la cui spesa pro capite è passata da poco più di 1.900 euro del 1995 agli attuali 4.012 euro (+110%), arrivando ad assorbire oltre il 24% dei consumi complessivi.

Il Paese continua dunque a risentire della crisi. Per superarla è necessario abbandonare “le politiche di austerità per avviare una nuova fase di sviluppo e di crescita “, sostengono Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, presidenti rispettivamente di Federconsumatori e Adusbef, sottolineando come “la diminuzione del costo del petrolio con forte riduzione dei costi energetici a carico delle imprese, il tasso di cambio con il dollaro particolarmente favorevole alle nostre esportazioni, lo spread Bund – BTP ai minimi storici e il quantitative easing della Bce dovrebbero contribuire “ad agevolare politiche espansive di investimento”.

Politiche che non è più possibile rinviare. L’Italia continua infatti a crescere a un ritmo dello “zerovirgola”, come ha appena confermato anche l’Ocse (+0,2% nel secondo trimestre in calo dallo 0,3% del trimestre precedente). Un ritmo che non ci consente di dare un calcio alla crisi e – soprattutto – di far ripartire un mercato del lavoro su cui la riforma ha inciso ancora troppo poco.