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Il 2015 si chiude con una crescita deludente, il 2016 rischia di fare altrettanto

In base ai dati provvisori diffusi oggi dall’Istat (la prima stima ufficiale della crescita annuale arriverà il prossimo primo marzo) il Pil italiano è aumentato nel quarto trimestre 2015 di appena lo 0,1% su base trimestrale (dato corretto per gli effetti di calendario) facendo segnare il tasso di crescita congiunturale più basso tra le quattro maggiori economie dell’area euro: Germania +0,3 per cento, Spagna più 0,8 per cento, Francia più 0,2 per cento (nel resto dell’Unione anche la Gran Bretagna ha segnato un valore più elevato, più 0,5 per cento). La variazione congiunturale, ha spiegato l’Istat, “è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto nel comparto dell’industria e di aumenti in quelli dell’agricoltura e dei servizi. Dal lato della domanda, vi è un contributo negativo della componente nazionale (al lordo delle scorte), più che compensato dall’apporto positivo della componente estera netta”.
La forte frenata ha naturalmente finito con il condizionare il risultato dell’intero anno che ha chiuso così con una crescita dello 0,6%, inferiore rispetto a quella – peraltro modesta – prevista dal Governo nell’ultimo Def (+0,9%). L’unico conforto è che il Pil è tornato al segno più dopo tre anni consecutivi in territorio negativo (-2,8% nel 2012; -1,7% nel 2013; -0,4% nel 2014).
Il problema, però, non è solo che l’economia italiana è ancora molto lontana da una forte ripresa, ma soprattutto che si fanno sempre più concrete le probabilità che la ripresa stessa si indebolisca ulteriormente: il vistoso rallentamento di Cina e mercati emergenti (ma anche i timori di una nuova recessione negli Stati Uniti nei prossimi 12 mesi) e le tensioni di carattere geopolitico a livello globale – dovute soprattutto all’instabilità della situazione in Medio Oriente e acuitesi con i recenti episodi terroristici – potrebbero ripercuotersi sulla fiducia di famiglie e imprese compromettendo la “navigazione” di quei Paesi come l’Italia molto “sensibili” alle turbolenze a causa dell’alto livello di indebitamento pubblico e dei persistenti problemi strutturali. L’1,5% previsto per il 2016 da Governo e Bankitalia (ma l’Fmi già prevede l’1,3%) rischia, insomma, di restare un sogno non realizzato proprio per i rischi di cui sopra.