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La “review” rimane… pending. La Corte dei Conti “richiama” Renzi

Un «parziale insuccesso», con ricadute negative per i servizi ai cittadini. Non ha usato tanti giri di parole il presidente della Corte dei conti, Raffaele Squitieri, per bocciare il piano di revisione della spesa di Palazzo Chigi. Squitieri ha scelto l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2016 della magistratura contabile per mettere il dito nella piaga: «Nei prossimi anni i margini di risparmio dal lato delle spese potrebbero rivelarsi limitati». Secondo Squitieri, il taglio alla spesa «non è più solo riconducibile a effettivi interventi di razionalizzazione e di efficientamento di strutture e servizi, quanto piuttosto a operazioni assai meno mirate di contrazione, se non di soppressione, di prestazioni rese alla collettività». Insomma, dai tagli operati finora «è derivato un progressivo offuscamento delle caratteristiche dei servizi» al cittadino. «Per i prossimi anni – ha sottolineato ancora Squitieri – il profilo programmatico di riequilibrio della finanza pubblica resta impegnativo. Esso dunque ripropone con forza la tematica della spending review».
Già, la spending review, il pilastro (a parole) di tutti i governi che si sono succeduti alla guida del Paese negli ultimi decenni – Governo Renzi incluso – quasi un sinonimo della riforma stessa della Pubblica Amministrazione che assorbe ormai più del 50% del Pil (una quota ingente superata in Europa solo dai paesi scandinavi e dalla Francia) e che ha “tagliato” negli anni molte commissioni e diversi commissari.
E pensare che proprio ieri Yoram Gutgeld – l’ultimo, in ordine di tempo, dei commissari alla spending – aveva annunciato l’avvio della fase 2 sottolineando che il governo sta passando “dai semplici tagli a una revisione davvero strutturale”. Staremo a vedere. Quel che è certo è che per il momento la “review” continua a rimanere … pending – ovvero una buona intenzione ma nulla di più – e che l’immediato futuro non promette purtroppo nulla di buono: la crescita torna infatti a rallentare ovunque (tanto che l’Ocse ha rivisto al ribasso le stime contenute nell’outlook di novembre abbassando la crescita italiana nel 2016 di ben 0,4 punti percentuali) e ciò non può che finire con il complicare le cose.
Così quel moloch da 800 miliardi l’anno continua a gravare sui nostri conti pubblici e, dunque, sui destini dell’Italia.