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C’è del marcio in Danimarca? No, c’è tanta felicità

«There is something rotten in the State of Denmark», diceva Marcello ad Amleto nella famosa opera shakesperiana parlando del Regno percosso da sommosse e rivolte e fondato sul ferro e sul sangue. Oggi, e da tempo, non è più così. Anzi, la Danimarca è addirittura il paese più felice del mondo. A decretarlo è il rapporto del Sustainable Development Solutions Network (organismo dell’Onu). Dietro la Danimarca ci sono Svizzera, Islanda e Norvegia. Poi, nella top ten, Finlandia, Canada, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Australia e Svezia. Gli Stati Uniti si classificano al tredicesimo posto, due posizioni più in alto rispetto allo scorso anno. Per trovare l’Italia (che conferma la sua posizione, ma è tra i dieci con il maggiore calo di felicità) bisogna scendere al cinquantesimo posto e accodarsi dietro paesi come Malaysia, Nicaragua e Uzbekistan. Il Pil evidentemente non basta più a misurare il benessere di una nazione. “I dieci paesi con il maggiore calo nella valutazione media della vita – si legge nel rapporto – soffrono di un insieme di tensioni economiche, politiche e sociali. Tre di questi paesi (Grecia, Italia e Spagna) sono tra i quattro paesi dell’Eurozona più colpiti dalla crisi”. Insomma chi punta solo sul Pil rischia di avere brutte sorprese. È necessario un cambio di paradigma.
“La misurazione della felicità percepita e il raggiungimento del benessere dovrebbero essere attività all’ordine del giorno di ogni nazione che si propone di perseguire obiettivi di sviluppo sostenibile”, sostiene Jeffrey Sachs, direttore dell’Earth Institute presso la Columbia University. “Infatti gli obiettivi stessi comprendono l’idea che il benessere umano dovrebbe essere promosso attraverso un approccio olistico che combina obiettivi economici, sociali e ambientali. Al posto di adottare un approccio incentrato esclusivamente sulla crescita economica, dovremmo promuovere società prospere, giuste e sostenibili dal punto di vista ambientale”. Bisognerebbe farne tesoro.