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La ripresa fragile e i (tanti) ritardi da colmare

Nei giorni scorsi il governatore di Bankitalia Ignazio Visco ha affermato che “la ripresa è in corso, ma è ancora lenta” e che per accelerarne il ritmo servono più investimenti pubblici, magari mirati in infrastrutture ed edilizia (un invito in questo senso è arrivato anche dall’Ocse). Il governatore ha ribadito che è necessario “tagliare il cuneo fiscale”, “assicurare incentivi all’innovazione”, “rimuovere gli ostacoli alle imprese”, “accelerare sulle privatizzazioni”, “fermare l’aumento del debito”, “abbassare la pressione fiscale” (tra Italia e Uem c’è un divario di 1,6 punti; domani è il freedom tax day: quest’anno gli italiani hanno lavorato 154 giorni solo per pagare le tasse ), “sostenere i redditi dei meno abbienti”. Tutte cose (peraltro già sentite) che vanno fatte in fretta perché la poca ripresa che c’è è stata finora sostenuta soprattutto dalle misure della Bce di Mario Draghi. Un’analisi più che condivisibile.

Visco ha anche detto che l’Italia “ha tutte le potenzialità per colmare il divario della crescita accumulato nell’ultimo ventennio”, un divario – come ha ricordato sul Sole qualche giorno fa Luca Ricolfi – accentuato dal “lungo sonno della produttività”. Quella produttività che per il ministro Pier Carlo Padoan “è la parola chiave della ripresa” e che deve fare ancora e sempre di più rima con competitività, altro tallone d’Achille delle nostre imprese, soprattutto quelle piccole come ha fatto notare fra gli altri l’economista Giorgio Barba Navaretti.
Agire su questi fronti vuol dire rafforzare quei segnali positivi che arrivano dall’economia e in qualche modo compensare quelli negativi che ancora sono abbondanti. Ricordiamo gli ultimi in ordine di arrivo: a marzo il fatturato dell’industria ha fatto registrare il peggior calo da tre anni a questa parte, nello stesso mese le vendite al dettaglio sono scese dello 0,8%, gli stipendi degli italiani sono ai livelli del 1982, il debito non scende ma continua addirittura a salire (secondo l’Fmi sarà impossibile ridurlo nel corso del 2016), l’occupazione migliora leggermente, ma i senza lavoro restano all’11,7 per cento.
È importante che l’Italia acceleri il passo prima che si esauriscano del tutto i “bonus” esogeni che le stanno dando una mano importante: basso livello dei tassi (ancora oggi Draghi ha ripetuto che la Bce continuerà a fare qualunque cosa possa servire per favorire la crescita e combattere la deflazione), petrolio a buon mercato, mini euro e persino “Piano Juncker”: in due anni sono arrivati all’Italia 13 dei 100 miliardi mobilitati dall’Europa per gli investimenti su base continentale. Una cifra migliore del previsto e senz’altro una piccola boccata d’ossigeno per la nostra economia. Che naturalmente non basta. Bisogna creare le condizioni per una crescita sana e capace di incidere sul mercato del lavoro. Se riparte l’occupazione riparte il Paese.