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Affamati e sperpero di cibo: un circolo vizioso che va spezzato

Il mondo butta via 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, un terzo della produzione alimentare mondiale, mentre 975 milioni di persone soffrono la fame. Uno scandalo purtroppo non nuovo, ma che si ripropone puntualmente ogni anno – nella quasi totale indifferenza collettiva – a dimostrazione di come il mercato evidentemente non basti.
Realizzare con urgenza politiche per garantire il diritto umano fondamentale ad un’adeguata alimentazione per tutti è ormai una necessità non più rinviabile. L’ha ribadito ieri la Fao a conclusione della sua 154esima sessione del Consiglio generale.

Il presidente di Caritas Internationalis, cardinale Luis Antonio Tagle, ha sottolineato l’esigenza di cambiare paradigma per andare al nocciolo del problema: “La lotta alla fame non è una questione tecnica, bensì etica e antropologica. Dunque, riguarda tutti”. Lo aveva già detto il Papa, l’11 dicembre 2013, nel presentare la campagna mondiale di Caritas “Una sola famiglia umana, cibo per tutti”.

Gli esempi di «buone pratiche» in giro per il mondo certamente non mancano, ma evidentemente non bastano. Bisogna fare di più. Molto di più.
Per combattere fame e sprechi serve mettere in atto una politica non assistenziale, cominciando ad esempio a sostenere la piccola produzione rurale. Formazione, finanziamenti ad hoc, sostegno ai contadini – a differenza degli aiuti a pioggia – sono in grado di innescare circoli virtuosi (spesso anche con risorse modeste). I governi del mondo ne prendano finalmente atto.