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La Costituzione è…sana e robusta, la malattia dell’Italia dipende da altro

Italia popolo di poeti, navigatori e santi…ma anche di schizofrenici che ritengono che il Paese abbia “la costituzione più bella del mondo” e poi si dicono d’accordo a cambiare 47 articoli su 139 sostenendo che , che è <frutto di un compromesso dettato dal particolare momento storico che non ha più ragione d’esistere< (come se l’Italia non fosse ancora profondamente divisa fra guelfi e ghibellini e ora addirittura anche all’interno delle stesse fazioni) e che dunque è ormai giunta l'ora di aggiornarla. Schizofrenici che dimenticano che la nostra Costituzione – che non ha ancora compiuto settanta anni – è stata già ritoccata diverse volte con la modifica di 43 articoli (l’ultima nel 2012, con l’introduzione del pareggio di bilancio – all’art. 81 – voluto dal governo Monti).
In America una modifica ogni 14 anni, in Italia una ogni 19 mesi – Giusto per dare un’idea, dal 1789 ad oggi la Costituzione americana è stata modificata solo 27 volte (anzi meno dato che i primi 10 emendamenti furono approvati tutti assieme e il 21° cancella il 18° (proibizionismo). In 225 anni sono stati proposti oltre 11mila e 500 emendamenti, ma pochissimi sono stati ratificati. Fra questi l’abolizione della schiavitù (1865), l’elezione dei senatori con voto popolare (1913), il limite dei due mandati per il presidente (1951). Il 27° emendamento (l’ultimo) è del 1992 e vieta a senatori e deputati di aumentarsi lo stipendio (ecco una riforma che in Italia non verrà proposta mai…). Si dice anche che la procedura per cambiare la Costituzione sia molto lenta. Sempre in America, ogni emendamento può essere proposto solo da 2/3 di entrambe le Camere (o in alternativa da 2/3 dei parlamenti dei 50 stati). Approvare un emendamento è ancora più difficile: occorre il voto favorevole dei 3/4 degli Stati. Inutile ricordare che sia in Italia sia negli Stati Uniti le rispettive costituzioni non prevedono che le modifiche costituzionali vengano proposte o imposte dai rispettivi governi.
Democrazia che decide, bicameralismo squilibrato – Secondo Luciano Violante, presidente della Camera dei Deputati dal 1996 al 2001. “la riforma costituzionale costruisce una democrazia che decide. Il no, del tutto legittimo, lascia le cose come stanno: instabilità dei governi, frantumazione delle competenze, abuso dei poteri del Governo. L’Italia sarebbe condannata a ulteriori ritardi”. Giusto pretendere una democrazia che decide, ma non a scapito del ridimensionamento di altri poteri previsti dalla stessa Costituzione. Rafforzare l’Esecutivo (rendendolo fra l’altro blindato con una legge elettorale a rischio di incostituzionalità … come quella vigente che ha eletto il Parlamento) può portare a una democrazia che decide velocemente ma…male. Secondo il costituzionalista Enzo Cheli (Giudice della Corte Costituzionale dal 1987 al 1995 e Vice Presidente della stessa Corte dal 1995 al 1996, Presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni dal 1998 al 2005) “la riforma può aggravare i nostri difetti costituzionali” introducendo “un bicameralismo squilibrato dove il Senato – ancorché dotato di alcuni poteri in apparenza rilevanti – è messo nelle condizioni di non poter operare come un vero organo costituzionale”. Il rischio – paradossale – è di incidere negativamente su efficienza e rapidità di azione e di governo.
La chiamata del popolo alle armi…referendarie – Siamo arrivati all’assurdo che ogni nuovo governo propone modifiche costituzionali chiamando ogni volta il popolo a pronunciarsi con un referendum. Ma è mai possibile far decidere il popolo su argomenti così complessi e sui quali i suoi rappresentanti – eletti e pagati per questo – sono riusciti a trovare solo una maggioranza risicata? Ed è poi giusto che la parte di popolo che andrà a votare – e che porterà molto probabilmente a una maggioranza relativa – decida le regole che devono valere per tutti gli italiani?
I mali del Paese non dipendono dalla Carta – Si tende ad attribuire alla seconda parte della Costituzione la responsabilità per tutte le cose che non vanno: ingovernabilità, lentezza delle leggi, parlamentarismo… Intanto non è del tutto vero che l’Italia è ingovernabile come si dice. Almeno non più da un po’ di tempo a questa parte. Negli ultimi quindici anni Berlusconi ha governato 8 anni e mezzo, Renzi sta governando da oltre due e “rischia” di continuare a farlo almeno per altri due.
Sulla presunta lentezza delle leggi è forse utile ricordare che l’Italia è il Paese che ha sempre legiferato più di tanti altri (tanto che a un certo punto è stato creato un ministero per la semplificazione) e questo nonostante decenni di bicameralismo paritario. Quanto al parlamentarismo, nasconde forse il fastidio di chi pensa che in fondo il Parlamento sia una perdita di tempo (un’aula sorda e grigia…di mussoliniana memoria) e non invece l’assemblea elettiva titolare del potere legislativo. No, la responsabilità delle cose che non vanno – e sono tante – è da attribuire a mio avviso alle persone che hanno avuto responsabilità di governo nel corso dei quasi sette decenni che ci separano da quella approvazione. I mali di cui soffre l’Italia si chiamano burocrazia asfissiante, fisco da rapina, corruzione sistemica, produttività dormiente da almeno un ventennio, mancanza di una politica industriale degna di questo nome. Questi mali non sono da attribuire alla PARTE II della Costituzione, bensì al clientelismo, al malcostume diffuso, alla presenza di una classe dirigente impreparata. Cambiando in un sol colpo 47 articoli su 139 non si risolvono di incanto i problemi del Paese.
Prima di cambiarla la Costituzione andrebbe piuttosto attuata – Questa Costituzione, in fondo, pur con i suoi presunti limiti, ha portato il Paese fra i grandi del mondo. E “funzionava” anche quando i governi duravano poco e cambiavano spesso. Naturalmente si può cambiare, gli stessi Costituenti l’avevano previsto inserendo l’art. 138. L’importante è però farlo – come raccomanda fra gli altri il giurista Valerio Onida (giudice costituzionale dal 1996 al 2005) – “tenendo vivo lo spirito dei Costituenti”, ovvero puntando su ciò che unisce anziché esacerbare ciò che divide.Non sembra questo il caso, come non lo era nel 2001 e nel 2006. Anche in quelle occasioni si procedette a colpi di maggioranza di Governo e i risultati si sono visti: la riforma del 2001 ha prodotto più danni che altro (tanto che l’attuale riforma insiste sugli stessi aspetti), quella del 2006 è stata bocciata dal referendum.La verità è che prima di cambiarla la Costituzione andrebbe finalmente attuata. Molti suoi articoli sono rimasti infatti lettera morta, o quasi, a cominciare dal primo: “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Lavoro che per milioni di italiani manca ormai da tanti anni.
“Le riforme si fanno insieme”– “Oggi, voi del governo e della maggioranza state facendo la “vostra” Costituzione. L’avete preparata e la volete approvare voi, da soli, pensando soltanto alle vostre esigenze, alle vostre opinioni e ai rapporti interni”, diceva l’attuale capo dello Stato. E poi: “Ancora una volta emerge la concezione che è propria di questa maggioranza, secondo la quale chi vince le elezioni possiede le istituzioni, ne è il proprietario. Questo è un errore”. È quanto diceva dieci anni fa Sergio Mattarella, attuale presidente della Repubblica. E il suo predecessore, Giorgio Napolitano, non era stato da meno: “Andate a votare al referendum, ma poi le riforme si fanno insieme”, diceva il 21 giugno 2006, prevedendo la sconfitta della devolution ed elogiando “la nostra Costituzione quanto mai moderna e attuale anche dopo 60 anni” (dieci anni dopo è invecchiata tutta d’un colpo!). “Le riforme si fanno insieme”. Un principio che dovrebbe valere sempre. La Costituzione, infatti, dovrebbe essere scritte per restare, non per essere cambiata ad ogni cambio di maggioranza. È la Carta della Legge, non una Legge à…la carte!

  • cosimo |

    è giusto insistere sulla necessità che le riforme costituzionali siano votate da maggioranze ampie. se però ti trovi forze come il M5S è difficile attuare questo proposito. le forze politiche italiane non hanno più il senso della responsibilità. quindi avanti con la maggioranza di governo specialmente se mette assieme forze di destra, di centro e di sinistra

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