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L’occupazione dà segni di vita, ma il paziente Italia è ancora in rianimazione. Meno parole e più fatti

Prosegue la crescita dell’occupazione. In calo i giovani senza lavoro. Il Governo esulta: “Il Jobs act funziona: fatti non parole”. Ma le buone notizie iniziano e finiscono qui.
Il gap da colmare è infatti talmente ampio che è a dir poco utopistico pensare possa essere colmato a colpi di zerovirgola (+0,3% a giugno, +0,1% a maggio, + 0,3% ad aprile e marzo). Il tasso di occupazione, pari al 57,3%, è aumentato dello 0,1% rispetto a maggio e dell’1% rispetto a giugno dell’anno scorso. E quello che misura la disoccupazione è risalito all’11,6% restando bene al di sopra della media Ue (10,5%) e distante anni luce dalla locomotiva tedesca (6,1% il livello più basso dalla riunificazione).

La disoccupazione giovanile è scesa dello 0,3%, restando però all’astronomico livello del 36,5%. C’è, davvero, poco da festeggiare. Anche perché l’industria è ferma e a maggio la produzione ha registrato addirittura il primo calo annuo dall’inizio del 2016 (-0,6% rispetto a maggio 2015).

Gli analisti di Intesa Sanpaolo segnalano “rischi al ribasso sulla crescita” non tanto per gli effetti di Brexit quanto “per le indicazioni giunte dai più recenti dati congiunturali”. Il riferimento è proprio all’industria, con il calo del fatturato (-1,1% mensile a maggio) e degli ordinativi dell’industria (-2,8%). La contrazione della parte estera (fatturato -1,2, ordinativi -5,7) dimostra chiaramente l’incapacità del nostro sistema di sfruttare il calo dell’euro. Ma a preoccupare è soprattutto l’attività domestica. La domanda interna infatti latita: gli interventi fiscali (bous 80 euro o taglio dell’Imu) evidentemente non sono riusciti a fare aumentare la capacità di spesa degli italiani. In quest’ottica va visto anche il calo delle importazioni a giugno (-0,5%), benefico per la bilancio commerciale (il surplus è stato di 3,4 miliardi) che è sempre legato alla scarsa domanda interna.
Numeri che alimentano gli scetticismi per quanto riguarda la crescita dell’economia italiana e che spingono gli istituti di ricerca ad abbassare le previsioni sul Pil per i prossimi mesi.

L’ultima revisione al ribasso, in ordine di tempo, è arrivata nei giorni scorsi da Fitch (+0,8% nel 2016, +1% nel 2017).
No, non è proprio tempo di festeggiare l’ennesimo aumento da zerovirgola. Anche perché all’orizzonte neanche troppo lontano si addensano nuvole sempre più nere. Servono più fatti e meno parole.