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Guerre, calamità naturali, esodi biblici: l’area euro-mediterranea alla prova delle sfide globali

Il Mediterraneo è un crocevia di grandi opportunità. Lo ha sottolineato ancora lo scorso 27 ottobre il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, intervenendo a Montecitorio al seminario del Gruppo speciale Mediterraneo e Medio Oriente: «Il Mediterraneo – ha detto il ministro – sarà sempre più fondamentale per le vie di commercio provenienti dall’Asia, che lo attraverseranno rendendo i nostri porti e le nostre economie sempre più importanti». E su uno Stato della riva sud del Mediterraneo, la Tunisia, ha speso ieri parole importanti la responsabile della politica estera e di sicurezza Ue, Federica Mogherini, invitando le imprese europee a investire in questo Paese ritenuto «una priorità strategica per l’Unione europea. Un’importanza, quella rivestita dal mare nostrum, ribadita nel Rapporto sulle economie del Mediterraneo – Edizione 2016 stilato dall’Istituto di Studi sulle società del Mediterraneo (Issm-Cnr) e presentato la scorsa settimana a Napoli, presso il Polo umanistico del Consiglio nazionale delle ricerche.

Lo studio dedica un ampio focus alle migrazioni, un tema indagato sotto vari aspetti: il ricambio tra ingressi e uscite nel mercato del lavoro, che fa dell’accoglienza dei migranti una forma di riequilibrio demografico tra le due rive del bacino; gli elementi che caratterizzano il sistema migratorio, come la direzione dei flussi, la durata dei progetti migratori, la qualifica dei migranti, l’impatto sulle economie di provenienza; la frammentazione geografica, che tende a moltiplicare i luoghi di partenza e a dare centralità a quelli di transito; i processi di integrazione degli immigrati, fortemente condizionati dal contesto territoriale di accoglienza; le migrazioni viste da Sud, ossia le politiche migratorie di Egitto e Marocco. Un tema, quello riguardante l’immigrazione, affrontato in profondità – e con un ricco corredo di grafici e tabelle – per dimostrare come l’Europa abbia finora adottato politiche centrate più sulle problematiche della sicurezza che sulla (auspicabile) integrazione fra le diverse sponde del Mediterraneo. La curatrice del rapporto, Eugenia Ferragina, sottolinea già nell’introduzione che «la politica euro-mediterranea può recuperare un senso se si rivelerà capace di affrontare l’emergenza profughi – di natura prevalentemente congiunturale – ma al contempo di gestire le spinte migratorie di lungo periodo, legate a debolezze strutturali dei sistemi economici Sud-mediterranei, elaborando una strategia più umana e meno securitaria». Secondo la ricercatrice del Cnr, «si tratta di valorizzare e di rafforzare strategie già messe in campo negli ultimi anni e che dal 2008 con l’Unione per il Mediterraneo hanno individuato come campi di azione prioritari l’ambiente, le infrastrutture, la formazione dei giovani, la riduzione degli squilibri territoriali quali principali driver delle migrazioni interne e internazionali».

Il Rapporto sulle Economie del Mediterraneo si apre con una ricostruzione delle trasformazioni che si sono registrate negli ultimi decenni e che vengono ricondotte nel contributo di Roberto Aliboni (“Mediterraneo: un contesto strategico che cambia”) ad alcuni fattori fondamentali. Il primo di questi fattori è «il progressivo disimpegno degli Stati Uniti, espressione di un netto cambiamento strategico dell’amministrazione Obama, influenzato anche dalla nuova indipendenza energetica acquisita dagli Usa». Un secondo fattore rilevante di trasformazione «sta nel fatto che le rivolte arabe del 2011 hanno segnato una ulteriore fase di destabilizzazione dell’area che ha visto una crescente contrapposizione fra mondo sunnita e mondo sciita e la polarizzazione della componente araba sunnita intorno all’Arabia Saudita». Altro cambiamento strategico è «la crisi del progetto europeo di integrazione del Nord Africa e del Medio Oriente che ha avuto la sua svolta con la Conferenza di Barcellona del 1995, una fase di rilancio nel 2008 con l’Upm ed è poi confluita nella Politica europea di vicinato (Pev), anch’essa entrata in crisi e rimodulata nel 2008, nel 2011 e nel 2015».

Nel secondo capitolo del rapporto – “Il ricambio nella potenziale offerta di lavoro” – Luigi Di Comite e Stefania Girone indagano invece sulla trasformazioni che – a partire dagli anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale – hanno caratterizzato i mercati del lavoro dei paesi del Bacino mediterraneo (e dintorni) e che hanno subito trasformazioni notevoli anche in dipendenza del differenziato procedere dei rispettivi processi di transizione demografica. I differenziali di crescita della popolazione tra le due rive del bacino rappresentano una delle determinanti fondamentali dei flussi migratori e al contempo tali flussi possono essere considerati un fattore di compensazione demografica tra l’Europa e i Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. I due ricercatori sottolineano come «la popolazione totale in età lavorativa presente in Nord Africa e Medio Oriente sia destinata a crescere nei prossimi 20 anni, poiché in questi paesi la popolazione in età lavorativa si manterrà ampiamente al di sopra di quella che raggiungerà l’età pensionabile». L’Europa invece subirà «un processo contrario che vedrà associato il calo demografico (passato dal 14,5% del 1952 al 7% del 2010) ad una contrazione della popolazione in età lavorativa». Secondo le previsioni di Eurostat, la popolazione dei 27 paesi dell’Unione europea subirà nel 2050 – in assenza di emigrazioni – un calo di 58 milioni di abitanti in rapporto al 2010 ed il calo demografico si accompagnerà ad altri fenomeni, quali l’invecchiamento della popolazione e della forza lavoro che ridurranno la capacità di innovazione e la competitività dell’Europa. Questa specularità dei processi mette in evidenza una complementarietà sul piano demografico e del mercato del lavoro che rende l’emigrazione un fattore di mitigazione degli effetti negativi legati al calo della popolazione che si registra in Europa.

Per affrontare gli enormi flussi migratori che interessano il bacino del Mediterraneo sono necessarie più che mai «politiche nuove e condivise», che – come scrive Alessandro Romagnoli nel capitolo “Il Partenariato euro-mediterraneo alla prova dei flussi migratori” – possono nascere solo «da una conoscenza del fenomeno, da una disanima degli errori compiuti in passato e da una nuova filosofia della cooperazione nell’area». Una filosofia che deve necessariamente puntare su «un nuovo paradigma per la cooperazione economica fra paesi avanzati e paesi in transizione capace di indirizzare, nel caso specifico, analisi e politiche di gestione della migrazione internazionale ben oltre la sicurezza delle frontiere e il cosviluppo».

Fabio Amato (“Nuovi scenari delle migrazioni internazionali sulla frontiera mediterranea: cronaca di un disastro europeo”) concentra invece la sua attenzione sulla frammentazione geografica dei sistemi migratori mediterranei «che ha moltiplicato i luoghi di partenza e dato centralità ai luoghi di transito». Emblematico il caso della Turchia che «ha assunto un ruolo importante come area di passaggio dei migranti, ma al contempo presenta flussi consistenti sia in entrata, sia in uscita». Il ricercatore – che mette in guardia dal “rischio di leggere le migrazioni solo attraverso la cronaca degli episodi degli ultimissimi anni” – analizza, inoltre, la situazione migratoria di alcuni paesi del Medio Oriente quali Egitto, Marocco, Tunisia e Algeria, dove alle consistenti comunità presenti all’estero si è aggiunta negli ultimi anni una quota di cittadini stranieri, ancora limitata e che assume proporzioni più consistenti solo in Egitto con 491.000 unità e in Libia, dove si registra la presenza di circa 771.000 stranieri tra rifugiati somali, lavoratori egiziani poco qualificati e manodopera qualificata di origine americana ed europea.

Non manca un accenno alla sostanziale disinformazione mediatica con i vari mezzi di informazione più propensi all’allarmismo che a far luce sulle dinamiche che si celano dietro gli sbarchi di migranti e chiedenti asilo. A questo proposito, Marco Zupi (“Migranti e integrazione nelle società di accoglienza nel Mediterraneo”) sottolinea come sia stata «del tutto marginale» l’attenzione riservata dai mass media (ma anche dai politici) al fatto che «in Italia cinque milioni e mezzo di immigrati producono l’8,6-8,8 per cento del Pil (pagando le tasse), prendendosi cura degli anziani, dei disabili e dei bambini (il che ha ridotto in modo decisivo il costo di questi servizi), con stipendi ridotti, facendo più lavori e lavorando moltissime ore al giorno». Sulla rappresentazione mediatica delle migrazioni e sul populismo politico, incide molto di più – secondo Zupi – la potenza seduttiva del sensazionalismo che non l’approfondimento accurato di processi e dinamiche complesse». Certo, riconosce l’autore, quello della disinformazione è un fenomeno generale, il problema è che in materia migratoria «colpisce l’Italia più di altri paesi europei». La dimostrazione, sottolinea Zupi, sta nei risultati del sondaggio Perils of Perception Survey condotto da Ipsos Mori in 33 Paesi nell’ottobre del 2015: il Belpaese risulta al decimo posto dell’indice dell’ignoranza ed è l’unico paese europeo – assieme al piccolo Belgio – nella top ten di questa speciale classifica.

  • carl |

    Un’interessante “carrellata”.. che avrebbe meritato le prime pagine della stampa nazionale ed estera anzichè essere cantonbata in un blog…
    Manca forse l’appendice di un’analisi delle cause delle massicce migrazioni e delle possibili conseguenze, ricadute e prospettive che non sono tutte positive, come la creazione di PIL, il servizio agli euro-anziani, ecc.

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