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Se il piccolo Libano dà lezione di accoglienza all’America di Trump (e Obama)

Nella sua prima intervista tv, dopo l’elezione a presidente, Donald Trump ha ribadito l’intenzione di costruire la barriera al confine con Messico (sarà lunga 3.200 km e costerà 10 miliardi di dollari) e la volontà di cacciare dagli Stati Uniti 3 milioni di immigrati illegali (pratica, questa, purtroppo consueta negli Stati Uniti, dove ogni anno vengono deportati fra i 300 e i 400mila clandestini; lo stesso presidente uscente, Barack Obama, ha fatto espellere fra 2009 e 2015 due milioni e mezzo di immigrati illegali).
Da quest’altra parte del mondo, il Kenya ospita a Dadaab (nel deserto al confine con la Somalia) il più grande campo profughi al mondo: 350mila persone, la maggior parte somali in fuga dalla guerra, che vivono in condizioni di precarietà assoluta imprigionati tra jihadismo e miseria. Da notare che in Kenya è attivo da 25 anni anche il campo di Kakuma (il secondo più grande del paese) e ne è stato appena aperto un altro a Kalobeyei che dovrà accogliere i nuovi arrivati dal Sud Sudan secondo una nuova logica di integrazione e sostenibilità.
Anche la Giordania (6,1 milioni di abitanti, su una superficie di circa 90mila km quadrati) si contraddistingue per accoglienza: il campo profughi di Zaatari (il secondo più grande al mondo dopo quello di Dadaab) allestito dall’Unhcr nel 2012 ospita 90mila profughi siriani in tende e prefabbricati su un terreno brullo e polveroso, privo alberi e prati, e dove un bambino su tre non riesce ad andare a scuola.
Una lezione di umanità che troviamo anche nel piccolo Libano (4,5 milioni di abitanti, 10mila km quadrati) che ospita attualmente un milione di rifugiati siriani e 300mila rifugiati palestinesi dopo aver scelto di lasciare aperte le frontiere e di accogliere i profughi provenienti dalla Siria.