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Occupazione, quel che luccica non è tutto oro

A giugno il tasso di disoccupazione in Italia è sceso all’11,1%, tornando ai livelli di settembre-ottobre 2012 e l’occupazione femminile ha registrato un balzo in avanti, spingendosi al 48,8% e toccando il picco più alto dall’inizio delle rilevazioni Istat. Nello stesso mese, il tasso di disoccupazione giovanile è sceso al 35,4%. Sembrerebbe un trionfo su tutta la linea. Sembrerebbe. Perché dietro quei numeri si nasconde una realtà piuttosto amara. Il confronto europeo ci dice infatti che il nostro tasso di disoccupazione resta due punti percentuali più alto rispetto alla media dell’Eurozona (3,4% rispetto alla media Ue) e distante anni luce rispetto alla Germania (3,8%).
Quanto all’occupazione femminile, i progressi sono innegabili, ma l’italia resta ben lontana dalla media Ue (61,6%) e ancora una volta dalla Germania che viaggia su un portentoso 71%.
L’altro progresso, quello relativo al lavoro giovanile, non ci schioda dal fondo classifica: il tasso resta quasi doppio rispetto alla Ue (dove si attesta al 16,7%) e ben lontano anche dalla zona euro (18,7%).
Ci sono poi due dati che meriterebbero i titoli di giornali e telegiornali. Il primo è l’aumento dei contratti a termine (+37mila) che raggiungono quota 2,69 milioni (il valore più alto dal 1992) e certificano la realtà di un LAVORO SEMPRE PIÙ PRECARIO. Il secondo dato riguarda il crollo del lavoro autonomo e ci dice che i lavoratori non dipendenti (poco più di 5,3 milioni) hanno toccato il minimo storico. Un bruttissimo segnale per l’economia nel suo complesso.
C’è poco dunque da festeggiare e tanto, ma tanto tanto, ancora da fare sul fronte delle politiche del lavoro. Un fronte attraversato negli anni da una riforma dietro l’altra che non è stata però in grado di correggere le anomalie di un mercato che vede lavoratori sempre più vecchi e giovani (e donne) sempre più a spasso o con la valigia in mano in cerca di quelle opportunità che l’Italia fa sempre più fatica ad assicurare.

  • Flavio |

    Vero. Attenzione però a mettere a confronto con quanto accade in Germania. Anche lì i contratti a termine ed i minijobs sono pratica ricorrente a mascherano molto bene la sottoccupazione di quella che una volta era la classe media teutonica.

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