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L’uso (e l’abuso) degli psicofarmaci e l’arte di manutenzione… della salute

Uccidono ogni anno oltre mezzo milione di persone, soprattutto al di sopra dei 65 anni, e fanno spendere annualmente una cifra che si si aggira sui 3 miliardi e 300 milioni di dollari. Stiamo parlando degli psicofarmaci – antidepressivi, sedativi, antipsicotici e psicostimolanti – ovvero di quella classe di farmaci psicoattivi approvati per il trattamento di un’ampia varietà di disturbi psichiatrici e neurologici, ma che – specie negli ultimi decenni – ha trovato efficacia in patologie non prettamente psichiatriche. Non a caso, la maggior parte di questi psicofarmaci può essere prescritta anche da medici di medicina generale. E forse questo contribuisce a spiegare l’impennata di vendite registrate negli ultimi quindici anni soprattutto negli Stati Uniti e in Europa, dove si registra “il più alto consumo medio di sedativi e il trend di aumento nelle prescrizioni degli psicofarmaci in generale ricalca da vicino quello statunitense”. L’Italia non fa eccezione: nella spesa legata all’acquisto di psicofarmaci è quarta nel Vecchio Continente dietro Germania, Austria e Francia.
A Fare luce su questo fenomeno, che desta non poche preoccupazioni, sono due esperti di questa materia: Alberto Caputo e Roberta Milanese. I due, entrambi psicoterapeuti, (il primo laureato in Psichiatra, la seconda in Psicologia), hanno appena mandato alle stampe Psicopillole (Ponte alle Grazie, pagg. 252, euro 18,00), un saggio decisamente ben documentato che si propone “di superare la contrapposizione fra psicofarmaci e psicoterapia, considerati entrambi ingredienti fondamentali del processo di cura, e di indicare come poterli utilizzare e dosare in maniera etica e strategica a seconda delle situazioni”.
Un libro per soli addetti ai lavori? Niente affatto. Psicopillole si rivolge a una platea molto ampia di lettori, a cominciare proprio dai tanti che usano (e spesso abusano) questo prodotto – quasi dodici milioni di persone nel nostro paese secondo le stime dell’Aifa, l’Associazione italiana del Farmaco – per la cura di svariati problemi: dall’ansia all’insonnia, dalla depressione ai disturbi più gravi come quelli bipolari e quelli psicotici.
Il problema, scrivono i due autori, è che si tende sempre più a interpretare ogni sofferenza o difficoltà come un disturbo psicologico: “il lutto per una morte può essere scambiato per depressione, l’agitazione di un bambino diventa sindrome da deficit di attenzione e, sebbene disturbi come l’insonnia non siano paragonabili alle psicosi, pare esserci una medicina per tutti”. L’accusa, neanche tanto velata, è rivolta a quei tanti medici non specializzati in psichiatria che prescrivono psicofarmaci “con estrema facilità”, facendo così “la gioia delle industrie farmaceutiche che investono nel marketing per aumentare le proprie vendite”. Sul banco degli imputati vengono messi innanzitutto i big dell’industria farmaceutica i cui interessi economici “influenzano ormai da quarant’anni la cura dei disturbi mentali” all’insegna dello slogan “una pillola per ogni malattia, una malattia per ogni pillola”. Per dimostrare il paradosso che Big Pharma contribuisce a farci “ammalare”, Caputo e Milanese portano le denunce che arrivano da svariati fronti, sia dal mondo psichiatrico accademico, sia da parte di importanti riviste scientifiche e ricercatori indipendenti.
Un volume davvero interessante, che risponde a tanti interrogativi e fornisce indicazioni utili su come approcciarsi a quegli psicofarmaci che “non sempre servono”, anzi “spesso sono dannosi”, e soprattutto su come fare – come recita opportunamente il sottotitolo – un uso etico e strategico dei farmaci. Un libro, insomma, da leggere e conservare con cura.