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Dai lavoratori immigrati 130 mld di Pil, sarebbero la 17esima economia Ue

I 2,4 milioni di occupati stranieri presenti in Italia nel 2016 (+41% rispetto ai livelli del 2008) hanno prodotto 130 miliardi di euro di valore aggiunto, pari all’8,9% del Pil, quanto un paese europeo come la Croazia, l’Ungheria o la Slovenia. È quanto emerge dal Settimo Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione curato dalla Fondazione Leone Moressa, pubblicato con il contributo della CGIA di Mestre e con il patrocinio di OIM e MAECI e presentato oggi a Roma, nella sala Aldo Moro del Ministero degli Affari Esteri.
Il rapporto si focalizza quest’anno sulla dimensione internazionale delle migrazioni sottolineando come il fenomeno coinvolga in tutto il mondo circa 250 milioni di persone (ovvero il 3% della popolazione globale).
La gestione inadeguata di questo fenomeno ha rischiato negli ultimi anni di compromettere la tenuta dell’Unione europea. Un rischio non ancora del tutto scongiurato, in quanto i fattori alla base delle migrazioni ˗ guerre, povertà, crisi ambientali, instabilità politiche ˗ non accennano a diminuire. Anzi tendono sempre più ad intensificarsi. Appare chiaro – affermano gli studiosi della Fondazione Moressa – che “il fenomeno non può essere gestito dai singoli governi e dovrà coinvolgere in modo sempre più coordinato programmi internazionali di cooperazione allo sviluppo”. A ribadirlo è stato il ministro degli Esteri Angelino Alfano – autore quest’anno della prefazione del Rapporto – che ha chiesto ai partner europei di “passare dalla gestione emergenziale del fenomeno migratorio ad azioni condivise a livello comunitario”.
L’impatto economico sull’Italia. “In un Paese che invecchia (7 nascite contro 11 morti ogni mille abitanti), la presenza immigrata rappresenta forza lavoro indispensabile in molti settori”. In Italia, fa notare il rapporto, “l’immigrazione è cresciuta negli ultimi venticinque anni: basti pensare che nel 1991 era inferiore all’1% della popolazione, mentre nel 2016 gli immigrati regolari sono 5 milioni (le nazionalità più numerose sono Romania, Albania e Marocco), 28 volte di più rispetto ai migranti accolti nei centri di accoglienza (176 mila)”. Immigrati che attraverso le rimesse inviate in patria (5,1 miliardi, 0,30% del Pil), generano un flusso economico più consistente degli Aiuti Pubblici allo Sviluppo investiti dall’Italia nel 2016 (2,9 miliardi – 0,17% del PIL) e si “aiutano a casa loro”.
La denuncia dei luoghi comuni. Il rapporto – dati alla mano – tende anche quest’anno a sfatare luoghi comuni quali “Gli immigrati ci rubano il lavoro” e “Non possiamo permetterceli, il lavoro prima agli italiani”. Nel primo caso si ribadisce che gli immigrati svolgono lavori che gli italiani non vogliono fare più: il 74% dei domestici, ad esempio, è straniero (così come il 56% delle badanti, il 51% dei venditori ambulanti, il 39,8% di pescatori, pastori e boscaioli, il 30% di manovali edili e braccianti agricoli) mentre le professioni più qualificate restano appannaggio degli italiani.
Insomma, stando ai ricercatori della Fondazione Moressa, “la crescente scolarizzazione della popolazione italiana e la maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro ci hanno spinti verso professioni a più alta specializzazione. I dati Istat sul mercato del lavoro dimostrano che l’occupazione immigrata e quella autoctona in Italia sono parzialmente concorrenti e prevalentemente complementari”.
Messi poi a confronto con le economie dei paesi dell’Unione europea, gli stranieri in Italia figurano al 17mo posto e producono un valore aggiunto superiore al Pil di paesi come Ungheria, Croazia o Slovenia. Il contributo economico dell’immigrazione – si legge ancora nel rapporto – si traduce inoltre in 11,5 miliardi di contributi previdenziali e 7,2 miliardi di Irpef versata.
Dati che dovrebbero bastare a convincere anche i più scettici che dall’immigrazione abbiamo tutto da guadagnare e poco o nulla da perdere. Al netto delle chiacchiere da bar alimentate da paure infondate, bufale e fake news.