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Pecunia non olet: l'irresistibile shopping dei Fondi sovrani

Nel 2011 hanno investito oltre 80 miliardi di dollari, facendo registrare un rialzo del 42% rispetto ai livelli di un anno prima (fonte: Sovereign Investment Lab Bocconi). Stiamo parlando dei fondi sovrani, strumenti finanziari controllati direttamente dai governi di alcune nazioni emergenti, che hanno a loro disposizione 4.600 miliardi di dollari (destinati, secondo alcune stime, a raddoppiare nei prossimi cinque anni) e detengono il 6-7% del Pil mondiale.

Otto delle prime 30 operazioni del 2011 sono state fatte da Singapore attraverso il Temasek Holdings: il fondo ha speso circa 14 miliardi di dollari investendo in giro per il mondo nelle utilities e nei settori petrolifero, chimico, bancario, del real estete e delle comunicazioni. Subito dietro Singapore si è classificata la Cina con 7 operazioni da circa 13 miliardi. I suoi fondi - China investment corporation e National social security - hanno investito principalmente in patria nei settori petrolifero e bancario. Sul podio, al terzo posto, si sono piazzati l’anno scorso gli Emirati Arabi: l’International Petroleum Investment Company  ha speso circa 10 miliardi in cinque operazioni, 3 delle quali in Spagna (petrolifero), Regno Unito (automobilistico) e Svizzera (wholesale).

In Italia i fondi sovrani sono già presenti in Unicredit, Finmeccanica, Consorzio Costa Smeralda ed Eni e sarebbero interessati a Fincantieri. Risultano inoltre partecipate da questi veri e propri bracci operativi degli Stati ben 102 società quotate a Piazza Affari (il 35,6% del listino). Un numero cospicuo che ha indotto recentemente il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, a dire che i fondi sovrani potrebbero rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale. Una minaccia o un’opportunità? Il discorso non è nuovo. Certo, si tratta di soggetti che hanno in molti casi grossi limiti in termini di trasparenza di obiettivi e sistemi di governance e che spesso fanno capo a Stati con ordinamenti non democratici, quando non autocratici o dittatoriali. Limiti che vanno certamente superati, anche se - ad oggi - non risultano tentativi evidenti di uso improprio del potere da parte di questi fondi. Che siano un’opportunità è comunque innegabile. Soprattutto per quei Paesi, come il nostro, alle prese con grossissimi problemi di bilancio. Del resto, nei mesi scorsi abbiamo fortemente sperato che la Cina (che pure si dice non sia un campione dei diritti umani) investisse nei nostri Titoli di Stato per raffreddare lo spread, cosa che purtroppo non si è verificata. Insomma, pecunia non olet. Almeno finchè i suoi possessori rispettano le regole dei paesi in cui investono.

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