La produzione industriale tedesca ha messo a segno a marzo un rialzo mensile del 2,8% (+1,6% su base annua contro un calo atteso dell'1,2 per cento). Si tratta di un risultato decisamente migliore sia rispetto a quello pronosticato dagli analisti (+0,8%) sia rispetto a quanto registrato a febbraio (-0,3%, dato rivisto al rialzo da -1,3%). Una spinta decisiva è arrivata dal settore delle costruzioni che ha messo a segno un aumento del 30% dopo il crollo del 16% registrato a febbraio e imputabile alle avverse condizioni atmosferiche. Molto bene anche la produzione di beni durevoli (+1,1%) e non durevoli (+3,4%).
Nel primo trimestre l'industria tedesca registra ora un progresso dello 0,1%, contro la flessione dell’1,8% segnata nella frazione precedente. Limitatamente al solo settore manifatturiero si registra ad aprile una crescita della produzione pari a +1,5% su base mensile, con un outlook – spiega in una nota il ministero dell’Economia – “sensibilmente migliorato”.
Il dato odierno fa il paio con quello diffuso ieri sull’andamento degli ordinativi all’industria cresciuti – sempre a marzo - del 2,2% su base mensile e in decisa - quanto sorprendente - accelerazione rispetto al più modesto 0,6% di febbraio. Ordini che, tuttavia, sono ancora in territorio negativo sia a livello annuo (-1,3%, pur in miglioramento rispetto al -6% di febbraio) sia su base trimestrale (-0,7%, in calo per il terzo trimestre consecutivo). Da sottolineare il rialzo - vicino al 5% - per il secondo mese consecutivo degli ordini provenienti dai Paesi al di fuori dell’Eurozona.
Dati che consentono Angela Merkel di alzare la voce: ieri la cancelliera ha dichiarato che il Fiscal compact non è negoziabile, pur ammettendo però che è necessario fare di più sulla crescita. Su questo argomento esistono notevoli differenze sul tipo di misure da prendere. Christine Lagarde, ha suggerito ai paesi in difficoltà finanziaria di non contrastare il calo delle entrate o gli incrementi di spesa dovuti all’indebolimento dell’attività economica, limitandosi alla rigorosa implementazione delle misure correttive. Il direttore generale dell’Fmi ha anche osservato che nei paesi dell'Europa del Sud “una persona su cinque e un giovane su due non trova lavoro” e che questo “è un potenziale disastro, in termini economici, sociali e umani” dal momento che a livello mondiale ci sono 200 milioni di disoccupati (inclusi 75 milioni di giovani).
Segnali molto negativi riguardo all’auspicato salto di qualità nella gestione della crisi sono arrivati dal presidente della Bundesbank, Jens Weidmann: la politica monetaria “non è una panacea” e la potenza di fuoco delle banche centrali contro la crisi “non è illimitata, specie nell'unione monetaria”, ha scritto Weidmann in un articolo sul Financial Times mettendo in guardia dal caricare la Bce di ulteriori responsabilità nel tirare fuori dalla crisi i Paesi più in difficoltà. Non certo un campione di solidarietà.